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FONTI:

mercoledì 3 giugno 2009

Vita di Alessandro Manzoni



Nasce a Milano il 7 marzo del 1785 da Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria autore "Dei delitti e delle pene", e dal conte Pietro Manzoni (esponente della piccola nobiltà lecchese). I suoi primi due anni di vita li trascorse nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri. Questo fatto è attestato dalla targa che tuttora è affissa in questa cascina. In seguito alla separazione dei genitori (la madre dal 1793 convive con il colto e ricco Carlo Imbonati, prima in Inghilterra, poi in Francia, a Parigi), Alessandro Manzoni dal 1791 al 1803 viene educato in collegi religiosi, prima dal 1796 al 1798 presso il collegio Sant'Antonio dei padri Somaschi a Merate e Lugano, poi presso i Barnabiti. Pur essendo insofferente di tale pedantesca educazione, della quale denunciò i limiti anche disciplinari, e pur venendo giudicato uno studente svogliato, egli, da tali studi deriva una buona formazione classica e un gusto letterario. A quindici anni sviluppa una sincera passione per la poesia e scrive due notevoli sonetti. Il nonno materno gli insegna a trarre dall'osservazione del reale, conclusioni rigorose ed universali. Il giovane Manzoni dal 1803 al 1805 vive con l'anziano don Pietro, dedica buona parte del suo tempo alle ragazze e al gioco d'azzardo, ma ha modo anche di frequentare l'ambiente illuministico dell'aristocrazia e dell'alta borghesia milanese. Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispira le prime esperienze poetiche, modulate sull'opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Giuseppe Parini, portavoce degli ideali illuministici, nonché dell'esigenza di moralizzazione, e a Francesco Lomonaco, un esule napoletano. A questo periodo si devono Il trionfo della libertà, Adda, I quattro sermoni che recano l'impronta di Monti e di Parini, ma anche l'eco di Virgilio e di Orazio. Il metodo di scrittura e di poetare manzonesco di questo periodo è molto legato alla tradizione classica.
Nel 1805 raggiunge la madre nel quartiere di Auteuil a Parigi, dove passa due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti ideologi, filosofi di scuola ottocentesca, tra i quali si fa molti amici, in particolare Claude Fauriel (il quale avrà una forte influenza sulla formazione del Manzoni; infatti Fauriel inculca ad Alessandro un grande interesse per la storia e gli fa capire che non deve scrivere seguendo modelli rigidi e fissi nel tempo, ma deve riuscire a esprimere sentimenti che gli permettano di scrivere in modo più "vero", in maniera da "colpire" il cuore del lettore) e ha modo di apprendere le teorie volterriane. Alessandro si imbeve della cultura francese classicheggiante in arte, scettica e sensista in filosofia (i sensi sono alla base della conoscenza; l'illuminismo è la critica razionale della realtà; lotta al pregiudizio e alla tradizione derivata dall'autorità; i problemi religiosi non si basano sull'esperienza, ma sulla superstizione) ed assiste all'evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche.
Nel 1806-1807, mentre si trova ad Auteuil, appare per la prima volta in pubblico come poeta, con due pezzi, uno intitolato Urania, in quello stile neoclassico del quale poi lui stesso diventerà il più strenuo avversario; l'altro, invece, una elegia in versi liberi, sulla morte del conte Carlo Imbonati, dal quale, attraverso la madre, erediterà un patrimonio considerevole, compresa la villa di Brusuglio, diventata da allora sua principale residenza.
Per mezzo del Fauriel, Manzoni entra in contatto con l'estetica romantica tedesca, prima ancora che Madame de Staël la diffonda in Italia. Nel 1809, dopo la pubblicazione del suo poemetto Urania, Manzoni dichiara che non scriverà mai più versi simili, aderendo alla poetica romantica, secondo la quale la poesia non deve essere destinata ad una élite colta e raffinata, bensì deve essere di interesse generale ed interpretare le aspirazioni e le idee dei lettori. Manzoni è ormai sulla via del realismo romantico; tuttavia non accetterà mai la convinzione propria sia del romanticismo sia dell'amico Fauriel, che la poesia debba essere espressione ingenua dell'anima e quindi non rinuncerà mai al dominio intellettuale del sentimento ed a una controllata espressione formale, caratteristica di tutto il romanticismo italiano.Nel 1811 Manzoni, già anticlericale per reazione all'educazione ricevuta ed indifferente più che agnostico o ateo riguardo al problema religioso, si riavvicina alla Chiesa. Nel 1808, a Milano, lo scrittore aveva sposato la calvinista Henriette Blondel (1791-1833), figlia di un banchiere ginevrino; il matrimonio si rivelò felice, coronato dalla nascita di 9 figli. Tornato a Parigi la frequentazione con il sacerdote Eustachio Degola, genovese, giansenista (che da Sant'Agostino deriva l'interpretazione assolutistica del problema della predestinazione, della grazia e del libero arbitrio), porta i due coniugi l'una all'abiura del calvinismo e l'altro ad un riavvicinamento alla pratica religiosa cattolica (1810).
Tale riconciliazione con il cattolicesimo è per lo scrittore il risultato di lunghe meditazioni; il suo atteggiamento, pur nella sua stretta ortodossia (cioè nell'esigenza di attenersi rigorosamente ai dettami della Chiesa), ha coloriture gianseniste che lo portano alla severa interpretazione della religione e della morale cattoliche. La riscoperta della fede fu per Manzoni la conseguenza logica e diretta del dissolversi, nei primi anni dell'800, del mito della ragione, concepita come perennemente valida e certa fonte di giudizio, donde la necessità di individuare un nuovo sicuro fondamento della moralità. Persa, quindi, la speranza di raggiungere la serenità per mezzo della ragione, la vita e la storia gli parvero romanticamente immerse in un vano, doloroso, inspiegabile disordine: per non abbandonarsi alla disperazione bisognava trovare un fine ultraterreno. Nel Manzoni, quindi, l'irrequietezza esistenziale si compone nella fede fervente conciliandola con la fermezza intellettuale.
La sua energia intellettuale nel tempo immediatamente successivo alla conversione fu impegnata nella composizione di cinque Inni Sacri: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste,ovvero una serie di liriche sulle principali festività liturgiche. Si dedicò inoltre ad un trattato, Osservazioni sulla morale cattolica, intrapreso sotto la guida religiosa di monsignor Luigi Tosi (cui il Degola aveva affidato la guida spirituale della famiglia Manzoni al loro ritorno in Italia), in riparazione alla sua iniziale lontananza dalla fede.
Importante nella evoluzione spirituale di Manzoni fu anche Antonio Rosmini, con cui strinse una profonda amicizia. Rosmini, sul letto di morte, avrà proprio il conforto di Manzoni, a cui lascerà il testamento spirituale: Adorare, Tacere e Godere.
Nel 1818 mise in vendita tutti i suoi possedimenti lecchesi, compresa la villa di famiglia del Caleotto dove aveva trascorso l'infanzia. Intendeva trasferirsi definitivamente in Francia e aveva messo in vendita anche la casa di via Morone a Milano, ma le trattative con Gian Giacomo Poldi Pezzoli furono interrotte perché le autorità austriache gli negarono il passaporto.
Nel 1819 Manzoni pubblicò la sua prima tragedia, Il Conte di Carmagnola, che generò una viva controversia perché violava coraggiosamente tutte le convenzioni classiche. Un articolo pubblicato su di una importante rivista letteraria lo criticò severamente; d'altronde fu addirittura Goethe che replicò in sua difesa, insieme al meno famoso critico ligure Trincheri da Pieve.
La morte di Napoleone nel 1821 ispirò a Manzoni il noto componimento lirico Il cinque maggio. Gli eventi politici di quell'anno, uniti alla carcerazione di molti suoi amici, pesarono molto sulla mente di Manzoni, ed il suo lavoro di quel periodo fu ispirato soprattutto dagli studi storici in cui cercò distrazione dopo essersi ritirato a Brusuglio.
Intanto, attorno all'episodio dell'Innominato, storicamente identificabile come Francesco Bernardino Visconti, iniziò a prendere forma il romanzo Fermo e Lucia, la versione originale de I Promessi sposi, che fu completato nel settembre 1822. Dopo la revisione da parte di amici tra il 1825 ed il 1827, esso fu pubblicato, un volume per anno, portando ad un tratto una grande fama letteraria all'autore.
Sempre nel 1822, Manzoni pubblicò la sua seconda tragedia, Adelchi, che tratta del rovesciamento da parte di Carlo Magno della dominazione longobarda in Italia, e che contiene molte velate allusioni all'occupazione austriaca; in particolare la figura di Ermengarda ricorda quella dell'amica d'infanzia Teresa Casati in Confalonieri, per la quale, nel 1830, comporrà l'epitaffio tombale presso lo storico Mausoleo Casati Stampa di Soncino in Muggiò (Milano).
In seguito Manzoni, per dare vita alla stesura finale del romanzo a livello formale e stilistico, si trasferì a Firenze nel 1827, così da entrare in contatto e "vivere" la lingua fiorentina delle persone colte, che rappresentava per l'autore l'unica lingua dell'Italia unita. Rielaborò quindi I promessi sposi dopo la "risciacquatura in Arno" facendo uso dell'italiano nella forma toscana, e nel 1840 pubblicò questa riscrittura. Con ciò assumeva che quella era la prima vera opera frutto totale della lingua italiana. Dette alle stampe anche la Storia della colonna infame, un saggio che riprende e sviluppa il tema degli untori e della peste, che già tanta parte aveva avuto nel romanzo, del quale inizialmente costituiva un excursus storico.La vita di Manzoni fu rattristata da molti dolori. La perdita della moglie nel 1833 fu seguita da quella di molti dei suoi figli tra cui la primogenita Giulia, moglie di Massimo D'Azeglio, della madre e dell'amico Fauriel. Il 2 gennaio 1837 sposò la seconda moglie, Teresa Borri, vedova del conte Decio Stampa. Egli sopravvisse pure a quest'ultima, mentre dei nove figli nati dal primo matrimonio solo due morirono successivamente al padre.
Nel 1860 fu nominato senatore nel Primo Parlamento dell'Italia Unita: con questo incarico votò, nel 1864, a favore dello spostamento della capitale da Torino a Firenze fintanto che Roma non fosse stata liberata. Come presidente della commissione parlamentare sulla lingua scrisse, nel 1868, un breve trattato sulla lingua italiana: Dell'unità della lingua italiana e dei mezzi per diffonderla.
La morte del figlio maggiore, Pier Luigi, il 28 aprile 1873, fu il colpo finale che accelerò la fine di Manzoni, dopo una caduta all'uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano, in cui subì un trauma cranico: le sue condizioni ebbero un rapido crollo ed egli cadde ammalato immediatamente; morì di meningite cerebrale, il 22 maggio, a Milano. Nella città ambrosiana si tenne il solenne funerale, nel Cimitero Monumentale, che vide una grandissima partecipazione e la presenza dei principi e di tutte le più alte autorità dello stato. Nel 1874, nell'anniversario della morte, Giuseppe Verdi compose la Messa di requiem per onorarne la memoria e ne diresse personalmente l'esecuzione nella chiesa di San Marco. Nel 1883, a dieci anni dalla morte, la sua tomba venne spostata nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.
Le prime biografie di Manzoni furono scritte da Cesare Cantù (1885), Angelo de Gubernatis (1879), Arturo Graf (1898). Una parte delle lettere di Manzoni fu pubblicata da Giovanni Sforza (storico) nel 1882. L'ultimo ramo rimasto della famiglia di Alessandro è quello dei conti Manzoni di Lugo di Romagna. Manzoni fu nominato cittadino onorario di Roma.

Contesto storico e personaggi

I promessi sposi è un romanzo storico di Alessandro Manzoni, considerato il più importante romanzo della letteratura italiana e l'opera letteraria più rappresentativa del Risorgimento italiano. Fu pubblicato in una prima versione dal 1824 al 1827 e in seguito rivisto dallo stesso autore e ripubblicato nella versione definitiva fra il 1840 e il 1842.
Ambientato nel 1628 in Italia, durante l'occupazione spagnola, fu il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana. Benché l'ambientazione fosse stata scelta da Manzoni con l'evidente intento di alludere al dominio austriaco sul nord Italia, il romanzo è anche noto per l'efficace descrizione di alcuni episodi storici del XVII secolo, soprattutto dell'epidemia di peste del 1629-1631.
Il romanzo di Manzoni viene considerato non solo una pietra miliare della letteratura italiana, ma anche un passaggio fondamentale nella nascita stessa della lingua italiana. È una delle letture obbligate del sistema scolastico italiano ed è la fonte di molte espressioni entrate nell'uso comune della lingua.

BACHECA DEI PERSONAGGI

La struttura

Potremmo definire "a cannocchiale" la struttura dei Promessi Sposi, per l'ampliamento della prospettive che, dai primi capitoli chiusi nell'ambito ristretto del paese dei protagonisti, coinvolge spazi sempre più ampi e fatti storici di portata europea. - I primi otto capitoli (I-VIII) costituiscono la sezione borghigiana, perché luogo dell'azione è il borgo dove vivono Renzo e Lucia. Qui la storia prende inizio con la mancata celebrazione delle nozze, qui risiedono i personaggi d'invenzione, che sono presenti per tutto lo svolgimento della storia: i promessi sposi, la madre della ragazza, Agnese, il parroco del paese, don Abbondio e, naturalmente, il persecutore don Rodrigo, che vive in un palazzotto poco distante.Cronologicamente la sezione borghigiana presenta una narrazione molto lenta e un numero assai elevato di fatti, concentrati in quattro giorni, dal 7 al 10 novembre 1628. - La seconda sezione e la terza sezione del romanzo comprendono rispettivamente i capitoli IX-XVII e XVIII-XXVI. Le storie dei fidanzati divergono: Lucia viene a contatto con i personaggi "storici" (la monaca di Monza, l'innominato, il cardinal Borromeo, dopo la sua liberazione). La ragazza svolge, del tutto inconsapevolmente, il ruolo di strumento della Provvidenza, perché ha una parte significativa nella conversione dell'innominato. Le scene che la vedono protagonista si svolgono in spazi chiusi (il convento, il castello, la casa del sarto dove viene ospitata dopo la liberazione). Il tempo in cui vive le sue avventure è decisamente indeterminato. Renzo, invece, si muove in spazi aperti: Milano, la campagna lombarda, l'Adda, il territorio di Bergamo. Egli rimane coinvolto nei tumulti contro il carovita nel capoluogo lombardo, dove, nell'arco di due giorni (11 e 12 novembre) partecipa alla rivolta, si ubriaca, litiga con un ospite, si fa credere un rivoltoso, cade nella trappola di una spia, si fa arrestare, ma riesce a scappare. Il 13 novembre eccolo libero in territorio bergamasco, alla volta del cugino Bortolo, presso cui si ferma una quantità di tempo non specificata. - La quarta e quinta sezione sono costituite rispettivamente dai capitoli XXVII-XXXII e XXXIII-XXXVIII. Vi sono descritte, seguendo le cronache del tempo, senza risparmiare dettagli e particolari, la carestia nel Milanese, la guerra per il possesso di Mantova (episodio "italiano" della guerra dei trent'anni che insanguina l'Europa) e la peste che i soldati imperiali (i famigerati lanzichenecchi) diffondono nel ducato e nelle zone circostanti. Renzo guarisce dalla malattia e torna a Milano in cerca di Lucia. Dopo che l'ha trovata , si reca al paese. I loro destini si ricongiungono e finalmente ecco celebrate le nozze. I personaggi essenziali alla storia ci sono tutti: i fidanzati, in primo luogo, la madre Agnese e poi don Abbondio. Il respiro narrativo si fa ampio e compare anche una lunga ellissi (infatti non viene raccontato nulla di ciò che accade ai nostri eroi nell'anno 1629) che fa scorrere velocemente il racconto. Però le parti in cui vengono illustrate le cause dei tre flagelli sono molto dense e asciutte, veri resoconti storiografici che appesantiscono il ritmo e hanno indotto il critico e filosofo Benedetto Croce (1866-1952) a considerarle pagine assolutamente prive di poesia, se non addirittura superflue (Benedetto Croce che, in un saggio del 1952, nega decisamente il carattere poetico del romanzo, sostenendo che troppo rigido e intransigente è il moralismo manzoniano, mentre lo stile indulge all'oratoria e le parti storiche risultano pesanti). Potremmo definire "a cannocchiale" la struttura dei Promessi Sposi, per l'ampliamento della prospettive che, dai primi capitoli chiusi nell'ambito ristretto del paese dei protagonisti, coinvolge spazi sempre più ampi e fatti storici di portata europea. Come si può notare l'intreccio‚ (ossia la disposizione degli avvenimenti scelta dall'autore) è piuttosto complesso, perché tiene conto della necessità di elaborare flash-back che illustrino al lettore alcuni antefatti. Perciò non sempre coincide con la naturale sequenza dei fatti, che si chiama fabula. Lo vediamo, ad esempio, nei punti in cui l'autore racconta la vita di alcuni personaggi. Nel IV capitolo viene illustrata la giovinezza di padre Cristoforo e un tragico episodio, fondamentali per comprenderne il carattere e le scelte importanti che stanno alla base del suo atteggiamento in difesa degli umili. Allo stesso modo due capitoli (il X e l'XI) raccontano la lunga serie di maneggi che riescono a costringere Gertrude alla clausura nel convento di Monza; la storia dell'innominato viene sintetizzata (cap. XIX) per meglio illustrare la portata della sua "conversione", mentre la vita del cardinal Borromeo viene proposta (cap. XXII) quasi come il modello di comportamento cristiano. Si aggiungono le digressioni circa le condizioni del Milanese nel Seicento, la situazione sociale, le classi e il sistema di governo. Ancora la narrazione viene interrotta per spiegare la causa dei tumulti per il caro-pane, la causa della calata dei lanzichenecchi, il diffondersi della peste tra l'ignoranza, l'incompetenza e la superstizione sia della popolazione che degli addetti alla tutela della salute pubblica. Nei confronti della vicenda l'autore si propone come narratore onnisciente, ossia al di sopra della storia, già al corrente di "come andrà a finire" e quindi in grado di formulare giudizi, sdrammatizzare con toni pacati, intervenire ironizzando sulle reazioni emotive dei personaggi. La sua è una focalizzazione zero, in quanto, essendo al di fuori degli avvenimenti, e osservandoli criticamente, come un regista che dirige l'allestimento di una scena, non assume il punto di vista di alcun personaggio, ma valuta con imparzialità. Talvolta l'autore interviene direttamente, apostrofando il pubblico: "Pensino ora i miei venticinque lettori..." (cap. I) oppure esprimendo un chiaro giudizio morale: "Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre)...". (cap. X); o ancora come quando introduce l'ironia (che corrisponde a un giudizio, pur sfumato e temperato) per sottolineare la denuncia di Agnese all'arcivescovo delle scuse addotte da don Abbondio per rimandare le nozze: "non lasciò fuori il pretesto de' superiori che lui aveva messo in campo (ah, Agnese!)" (cap. XXIV). Quella dell'autore però, non è l'unica voce narrante del romanzo: non dimentichiamo la finzione del manoscritto. Infatti Manzoni immagina di trascrivere un libro elaborato da un Anonimo e, all'occasione, si trincera dietro le responsabilità di quello. Per esempio, quando non vuole rivelare il nome dell'innominato (che, in tal modo, risulta più misterioso e suggestivo), dice, riferendosi anche alla località in cui sorge il castello: "Tale è la descrizione che l'anonimo fa del luogo: del nome, nulla; anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del viaggio di don Rodrigo...". Infatti il signorotto sta recandosi dall'innominato per chiedergli di rapire Lucia dal convento di Monza. Capita, però, che l'autore si cali nei personaggi, assumendone il punto di vista: non è la posizione prevalente, ma ogni tanto succede che il narratore adotti una focalizzazione interna. Lo notiamo nei monologhi di Renzo in fuga: "Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di lettere , io!..." (cap. XVII).

Il paesaggio nei Promessi Sposi

L'uso del paesaggio nei Promessi Sposi è un elemento tecnico molto importante che porta alla soluzione di un problema fondamentale: come far capire al lettore in profondità l'anima dei personaggi dando nel contempo una collocazione spaziale in campo aperto alla vicenda (il campo aperto si contrappone al campo chiuso rappresentato da una casa o addirittura una stanza), ed è descritto sempre con molta sobrietà. Rappresenta spesso il commento alle vicende e lo specchio dello stato d'animo dei personaggi. La celebre descrizione di Quel ramo del lago di Como offre al lettore le coordinate spaziali della vicenda e la inquadra in un alone di poesia. I segni della carestia, che ha aggredito anche gli abitanti delle campagne, sono evidenziati all'inizio del capitolo IV con la rappresentazione dei contadini che seminano con parsimonia e preoccupazione, con la ragazzetta che conduce una mucca magra e le sottrae erbe commestibili, da portare alla famiglia. L'Addio ai monti, a conclusione del capitolo VIII sottolinea la struggente nostalgia di Lucia che si allontana da luoghi cari, prendendone congedo con strazio, mentre il cielo luminoso, che accoglie Renzo dopo aver guadato l'Adda all'alba e aver conquistato la libertà (cap. XVII), sembra la promessa di un futuro sereno. La valle cupa e le montagne brulle su cui incombe il castello dell'innominato sono un'introduzione alla comprensione della sua violenza, mentre il cielo che lo sovrasta pare fungere da interlocutore, quasi da coscienza per il tiranno (cap. XX). E quando egli, dopo la notte drammatica in cui le parole di Lucia gli hanno suggerito una possibile soluzione al disagio della sua vita, si affaccia alla finestra, vede la valle chiara allietata dallo scampanio e il cielo grigiastro percorso da nuvole leggere: paiono simboleggiare il suo passato che si va sfaldando, per lasciar spazio alla luce della Provvidenza Divina (cap. XX). Molte sono le indicazioni di paesaggio che sembrano configurare aspetti della vita degli uomini. Quando Renzo torna al suo paese, devastato dalla peste e dalla calata dei lanzichenecchi, trova la sua vigna distrutta e infestata dalle erbacce: segno tangibile del disordine morale dei tempi (cap. XXXIII). Invece il paesaggio greve, oppresso dall'afa nella Milano distrutta dalla peste e l'acquazzone gioioso che toglie il contagio (cap. XXXVI), non soltanto sottolineano un'atmosfera, ma traducono in termini concreti un diffuso stato d'animo: al languore e alla spossatezza della disperazione si sostituisce una gioiosa speranza, quasi un senso di purificazione e di rinnovamento. In alcuni casi, più che di paesaggio si può parlare di ambientazione. Lo notiamo nelle scene di villaggio, nella descrizione dell'interno delle case, in quel "brulichio" che riempie le strade al crepuscolo e dà la misura della vita, la sera in cui Renzo organizza il matrimonio a sorpresa (cap. VII). Anche il palazzotto di don Rodrigo, cui si arriva per una stradetta che attraversa il villaggio dei bravi, pare visualizzare il male come frutto di mediocrità, egoismo, opacità intellettuale, piattezza morale e staticità spirituale. A guardia della massiccia costruzione stanno due bravi e due carcasse di corvi, mentre le finestre sbarrate, l'urlo dei mastini all'interno e il vociare dei convitati al banchetto del padrone non sono meno volgari dell'aspetto degli abitanti del villaggio: "omacci tarchiati e arcigni [...] vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti [...] a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute [...]" (cap. V). Non è propriamente una descrizione di paesaggio, ma rimanda a un ambiente con una precisa connotazione spirituale e, dunque, è coerente col modo in cui il Manzoni intende il paesaggio, come riflesso e elemento per capire le alterne vicende umane. Il paesaggio nei Promessi Sposi svolge una duplice funzione: oltre a quella solita di localizzazione dei fatti del romanzo, in quest'opera esso serve anche a sottolineare e specificare gli stati d'animo, i sentimenti e il carattere dei vari personaggi. Il romanzo si apre con una presentazione molto efficace dell'ambiente in cui si svolgono i fatti, l'abilità del Manzoni è grande anche in questo caso, infatti, le descrizioni sono così vive che sembra quasi di trovarsi in quei luoghi, di poterli toccare! Nel II capitolo lo scrittore ci immerge subito nella vita dei suoi personaggi, descrivendoci le vie del paese e le case dove essi vivono. Proprio in questo capitolo l'ambiente comincia ad entrare a far parte dello spazio psicologico del romanzo: ne è un esempio la descrizione della passeggiata di don Abbondio che cerca di evitare i sassi che incontra sul suo cammino, da queste poche parole ci è già possibile capire il carattere del personaggio. Proseguendo nella lettura il Manzoni ci preannuncia quello che sarà uno dei temi principali della seconda parte del romanzo, la peste: notevole è la descrizione del paesaggio che accompagna fra Cristoforo dal convento di Pescarenico alla casa di Lucia. Uno dei passi più noti del romanzo è "l'addio monti": Lucia, allontanandosi dal suo paese su una barca, ripensa al paesaggio che sta abbandonando e, data la grande malinconia di Lucia, anche l'ambiente sembra malinconico, triste e nostalgico, sottolineando così lo stato d'animo di Lucia. La descrizione del "palazzotto di don Rodrigo" e del "castellaccio dell'Innominato" è assolutamente indispensabile al profilo psicologico dei due personaggi: al primo si giunge attraversando un "mucchio di casupole" all'interno delle quali si possono intravedere attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, che paragonati a moschetti, sciabole e partigiane del castellaccio sono un po' ridicoli.Il comico paragone tra le due residenze continua ancora, infatti, il palazzotto, che si trova sulla cima di un poggio, si raggiunge tramite una viuzza a chiocciola, mentre al castellaccio sito a cavallo di una valle angusta e uggiosa si arriva percorrendo una terribile strada tutta a gomiti e a giravolte. Infine da notare è la descrizione che il Manzoni fa della natura durante il viaggio di Renzo da Milano a Bregamo, sul suo percorso egli si addentra in un bosco, locus orridus della letteratura di tutti i tempi; il bosco è come una metafora della situazione in cui si trova Renzo, è, infatti, il labirinto del suo carattere. I caratteri predominanti del bosco sono la paura, la confusione, l'abbandono, e questi sono anche i sentimenti che Renzo prova in questo momento. Analisi delle descrizioni di paesaggio contenute nella prima sezione de "I Promessi Sposi" Nel romanzo possiamo individuare sei descrizioni di paesaggi: - Capitolo I: apertura della vicenda sul lago di Como. - Capitolo IV: il paesaggio desolato sotto gli occhi di fra Cristoforo. - Capitolo V: Il palazzo di don Rodrigo. - Capitolo VI: la casa di Tonio. - Capitolo VIII: Don Abbondio lancia l'allarme nella Notte degli imbrogli e il paese scende in piazza. - Capitolo VIII: la scena dell'Addio dal paese. Capitolo I Apertura del romanzo sulla scena in cui inizia la vicenda: "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti...". L'infelicità dell'apertura del romanzo si riduce al ritmo un po' pesante e solenne delle primissime linee: ben presto si riconosce in questa descrizione lo stile riposato, attento, un po' minuto che già si era notato nell'Introduzione. Ma questa topografia della scena dei Promessi Sposi ha un andamento lento come non si troverà in nessun'altra parte del libro. Come inizio di romanzo può sembrare poco attraente; eppure c'è in esso una doppia giustificazione: la familiarità affettuosa dello scrittore che, per aver passato tanto tempo in quei luoghi, vi vedeva tanta parte di sé; e, dietro alla sua, la famigliarità abitudinaria di don Abbondio che, fino a questo fatale 7 novembre, aveva sempre posato pacatamente lo sguardo su ogni angolo di quel paesaggio nella sua passeggiata serale. Queste pagine sono già l'ultima pagina serena della vita di don Abbondio, in un romanzo tutto turbamenti e mutamenti. La costruzione del periodo è notevole per la distribuzione armonica delle singole parti ricongiungendo chiaramente la fine ("in nuovi golfi e nuovi seni") all'inizio ("tutto a seni e a golfi") e lascia l'impressione di un motivo pittorico musicalmente compiuto. Descrizione della passeggiata abitudinaria di don Abbondio, subito dopo la descrizione del paesaggio: "dopo la voltata, la strada correva dritta, forse una sessantina di passi, poi si divideva in due viottole, a foggia d'un ipsilon...". Qui la descrizione della passeggiata si ferma in un'attentissima descrizione topografica prima, ritrattistica poi. La sosta ha una sua ragione poetica: questo è lo scenario dell'avvenimento capitale della vita di don Abbondio, che gli rimarrà nella mente per sempre. Capitolo IV Apertura del capitolo con l'immagine di carestia tanto frequente a quei tempi: comunica immediatamente l'animo triste del frate che osserva la scena "Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole si alzava dietro al monte, si vedeva la sua luce scendere giù per i pendii. La scena era lieta; ma ogni figura d'uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero...". La descrizione di questo mattino d'autunno ha l'andamento di un'osservazione oggettiva, di una fedele pittura. Il Manzoni non mira ad altro che a mettere il quadro sotto gli occhi: forse i paesaggi sono il miglior esempio della convinzione del Manzoni che l'arte è lo studio e la riproduzione del vero. Il passo degli uomini nei campi segna il passaggio dall'intonazione riposata a quella malinconica: i periodi si susseguono staccati, con pause fra l'uno e l'altro e interne, che danno un'impressione di silenzio e di pena. Con questo occhio quieto e triste il Manzoni fa sentire la malinconia e l'oppressione attraverso gli atteggiamenti e la modulazione del periodo. Lo stesso effetto ha su padre Cristoforo: "Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate...". Capitolo V Fra Cristoforo giunge al paese di don Rodrigo e ne osserva lo squallore: "Appiè del poggio giaceva un mucchietto di casupole, abitate dai contadini di don Rodrigo. La gente che si incontrava erano omacci tarchiati ed arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo; vecchi che, perdute le zanne, parevano sempre pronti a digrignar le gengive...". In tutta questa descrizione d'ambiente, quello dei vecchi è il particolare più efficace; c'è dentro tutto il ribrezzo verso la malvagità degli anziani. In questo paesaggio solo guardando i volti dei contadini traspare la cattiveria e la violenza dei seguaci di don Rodrigo. "Le rade e piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte sconnesse, erano però difese da grosse inferriate. Due grand'avvoltoi, con l'ali spalancate, e co' teschi penzoloni, erano inchiodati ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati sur una delle panche facevano la guardia...". Il Manzoni non fa il ritratto di don Rodrigo; ma questa vile fortezza ne tiene vantaggiosamente le veci: particolarmente la porta, contrassegnata da due avvoltoi (e non aquile) e guardata da due bravi sdraiati - un misto di minaccioso e volgare, dove si vedono la boria e la prepotenza ed insieme la sua bassezza -. Ma il quadro si impone anche per se stesso, per quel pennelleggiare largo e potente, per quella simmetria tra macabra e volgare. Capitolo VI "Andò addirittura alla casetta di un certo Tonio; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e, tenendo, con una mano, l'orlo d'un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia...". È la più ampia scena domestica, anzi paesana, incontrata finora. Si svolge con una linea affettuosa, pittoresca, ma sopra tutto pensosa. Sono descritti tutti i particolari - Tonio nell'atteggiamento di far la polenta-, la vivacità delle figure - "tre o quattro ragazzetti con gli occhi fissi"-, il gusto del colore che traspare dall'immagine della polenta scodellata - "e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori"-. Ma il quadretto è immerso nell'aria del tempo, e quindi impregnato di mestizia: come quello del principio del capitolo quarto, che è anch' esso fatto di particolari modesti, ma tutto velato di malinconia. Sono, l'uno in un interno famigliare, l'altro nell'aperta campagna, i riflessi della miseria del secolo. Il passo "Ma non c'era quell'allegria. Sopravvivere..." ha la stessa intonazione dei tratti del capitolo IV "La scena era lieta; ma ogni figura d'uomo che vi apparisse, rattristava il pensiero" . In questi brani troviamo quell'intonazione di malinconia raccolta e meditativa che ritorna ogni volta che il Manzoni si deve fermare sulle tribolazioni o sulle sciagure degli uomini. Capitolo VII "Ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati sul fienile, tendono l'orecchio, di rizzano. Molte donne consigliano, pregano i mariti,di non moversi, di lasciar correre gli altri." La scena si allarga e si popola, rapidissima; il ritmo cambia. Anche qui un senso vivissimo della vita del villaggio: i giovani nel fienile, i mariti a letto, i più animosi con le forche e gli schioppi. E, insieme, una psicologia veloce ma accorta, intonata alla concitazione della scena: le donne timorose, i poltroni che sembrano compiacenti. "e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia pallida, e la barba d'argento di padre Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa...". La luna fornisce al Manzoni in questo capitolo il motivo fondamentale della dominante quiete disturbata, gli ispira quadri d'incanto (anche la faccia di fra Cristoforo imbevuta di pallore lunare) e pensose tristezze, e finisce per restare l'unica, solitaria, sovrana nota del paesaggio, per distendere il suo silenzio su tutto ed accompagnare con la sua malinconia quella della giovane fuggiasca che, posato il braccio sulla sponda della barca, posata sul braccio la fronte, come per dormire, piange segretamente. "il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava dal cielo.Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne...". Questa pagina dell'Addio è una sommessa armonia di suoni e di tinte: ne viene un'impressione di silenzio e di lenta, malinconica pace. Tutto sembra traduzione della realtà in parole: è il solito Manzoni, sempre fedele al vero, la solita precisione che chiude il varco al sentimentalismo e sembra lasciar parlare le cose. "il palazzotto di don Rodrigo.": adagio, naturalmente, il motivo si è accostato all'anima della protagonista. I passeggeri sono silenziosi, dopo tanti spaventi: ma stanno con la testa voltata indietro, e guardano i monti ed il paese. La notte è chiara, tutto si distingue; e il pensiero, senza parole, corre sui luoghi da cui è nata la vicenda: il palazzotto di don Rodrigo, che sembra ancora minacciare, e via via, con una dolcezza e tristezza crescente, il paesello, la casetta, la chioma folta del fico e la finestra della camera da cui Lucia sarebbe andata a sposarsi. Sotto tutto c'è una nota di dolore che continua nell'atteggiamento finale di Lucia - posò il braccio sulla fronte - finchè due sole parole scoprono il sentimento: e pianse segretamente. Le parole dell'Addio non appartengono a Lucia, ma il ritmo è il suo, della sua anima semplice e pura, dolente ma rassegnata e serena; e sua è la trepidazione dell'ignoto e il religioso sospiro di promessa. È notevole come il Manzoni riesca, con un paesaggio, a comunicare al lettore i sentimenti ed i particolari visivi come se anche egli fosse proprio lì, ad osservare la triste scena di povertà e carestia insieme a fra Cristoforo nel quarto capitolo, o sulla sponda del lago, spettatore della partenza di Lucia dal suo paese. Non si limita però a mettere sotto gli occhi una attenta descrizione, ma aggiunge aggettivi o parole che evidenziano il sentimento predominante nella scena. In questo studio del vero c'è qualcosa di "santo". Nei passi salienti il paesaggio, a prima vista, ha un aspetto domestico, ma sottintende un animo semplice e più elevato: conservando un preciso disegno, libero da ogni infiorettatura (come ha sottolineato nell'Introduzione), evidenzia il sentimento dei personaggi sullo sfondo della natura, che sembra sempre in armonia col loro pensiero.

La giustizia nei Promessi Sposi

I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi" ("I Promessi Sposi" capitolo II). Il Manzoni, con tono dolente e pacato, per guidare ad una riflessione morale i suoi lettori (per giunta valida per ogni tempo e non solo per il secolo XVII) si serve della storia, reale e immaginaria, per chiarire quanto ognuno di noi sia responsabile con le proprie azioni anche degli altri. A voi il giudizio. Sin dalle prime pagine de "I promessi sposi", il Manzoni ci presenta una società soverchiatrice, violenta, dove le questioni (come dice lo stesso don Abbondio, durante il colloquio con Renzo) non si discutono in termini di torto o di ragione, ma in termini di forza. I principali responsabili di questa drammatica situazione, sono, sempre secondo l'Autore, i vari signori e signorotti locali, i quali, disponendo di un'elevata influenza sulle istituzioni giudiziarie e protetti da piccoli eserciti personali di bravi, eludono con facilità le gride per far valere il proprio potere d'oppressione sulla popolazione. Il clima d'ingiustizia e di violenza è quindi determinato dall'ancora forte potere feudale, personificato nella figura di don Rodrigo, e dalla totale inefficacia dell'apparato giudiziario spagnolo, la cui organizzazione burocratica, lenta e macchinosa, non riesce a garantire ai cittadini la protezione necessaria. Così, l'unica "giustizia" rispettata è quella di don Rodrigo e di quelli che, come lui, dispongono della violenza come strumento di dominio. Ma non basta. Anche gli intellettuali, uomini di chiesa come no, sono asserviti alla causa del potere, e sono costretti ad accettarne le logiche di sfruttamento. Don Abbondio, l'Azzecca-garbugli, uomini comuni, persone di per sé innocue, lontane dal sangue e dalla violenza, divengono, insieme alla stessa cultura che possiedono, le vittime e gli strumenti dell'oppressione. Appare quindi chiaro, a questo punto, il senso delle parole del Manzoni: gli oppressori, non si limitano a esercitare la violenza sui deboli, ma coinvolgono nelle loro logiche anche uomini prima estranei al terribile sistema dell'"ingiustizia organizzata". Oltre però agli intellettuali che diventano uno strumento nelle mani del potere, macchiandosi di delitto, le parole dell'Autore si riferiscono anche a un altro tipo di induzione alla violenza e all'odio: quella che i quotidiani episodi d'oppressione suscitano nella povera gente. Dalla base della piramide sociale, si vedono salire infatti, oltre alle lacrime dei deboli sfruttati, anche le loro parole di rabbia, di odio, di indignazione, di vendetta. Ed è a questo proposito che il Manzoni scrive la sua massima: "I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi". Infatti, dopo aver appreso la verità, e cioè che il suo matrimonio con Lucia è impedito dal volere di don Rodrigo, la prima reazione di Renzo è quella di progettare tremendi propositi di vendetta. Improvvisamente, la figura di Renzo si stravolge, e quel giovane "pacifico e alieno dal sangue" che era, si trasforma in un aspirante assassino. Avrebbe voglia di farla finita e, pur con i suoi scarsissimi mezzi, di affogare nel sangue la boria di don Rodrigo. Nella sua mente vorticano improvvisamente turpi progetti di morte: agguati, omicidi, vendette. La sua metamorfosi, veloce e drammatica quanto disperata, colpisce il lettore e lo spinge a riflettere sulle parole dell'autore. È il circolo vizioso dell'odio e della violenza (il forte opprime il debole che impara ad odiare a sua volta) che trasforma la storia umana, e non solo quella del Seicento, in una immensa carneficina, in una grande valle di rabbia e oppressione. Ma a questo punto interviene il tema della provvidenza divina, tanto caro al Manzoni, che fornisce il modo per spezzare il circolo che aggiunge male al male. Così come l'immagine di Lucia riporta la ragione nella mente di Renzo e lo riconduce sulla sua strada, così come la sua ferma fiducia in Dio e nella giustizia divina, riporteranno la luce nell'oscurità dei biechi pensieri di Renzo, la provvidenza promette al debole la redenzione e il riscatto dall'oppressione, a patto che sia lui, il primo a interrompere il circolo di sangue, non rispondendo alla violenza con altra violenza (nel Vangelo, Cristo stesso dice: "Se ti danno uno schiaffo, tu non rispondere, ma porgi l'altra guancia"). Lucia stessa griderà allarmata a Renzo, sentiti i suoi propositi: "No, no, per amor del cielo! Il Signore c'è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male?". In queste parole, il Manzoni ci lascia un profondo messaggio, la fiducia nella giustizia divina come unico mezzo di ribellione alle logiche della violenza che, in ogni minimo sopruso, alimentano lo spettro del male che aleggia su tutta la storia umana.

La peste

La peste scoppiata nel 1629 fu il culmine di una serie incredibile di avvenimenti assai poco piacevoli accaduti in quegli anni nel Ducato di Milano. Infatti precedentemente c'erano stati la carestia prima, la guerra di successione al trono del ducato di Mantova poi. E proprio la guerra è stata la causa di questa epidemia. Infatti il ducato di Venezia aveva assoldato per vincere la guerra, e quindi allargare il dominio al regno di Mantova, un famoso esercito di mercenari, i Lanzichenecchi, soldati che godevano di una pessima fama, visto che dove passavano portavano distruzione, e, spesso e volentieri, gravi malattie. Bene, visto che i Lanzichenecchi provenivano dall' Austria, per arrivare a Mantova doverono passare da Milano, e ne approfittarono per depredarla; purtroppo vi lasciarono anche la peste. Questa tremenda malattia all' inizio non venne considerata da nessuno, ma quando cominciò a fare dei morti i cittadini cominciarono a chiedersi che cosa fosse. Alcuni già gridavano alla peste; il governatore, però, la classificò come una normale "febbre pestilenziale", quasi una cosa da niente. Ma ormai la peste aveva attecchito tra i milanesi, aiutata dalle scarse condizioni igieniche e dalla carestia. Morivano così moltissime persone, e finalmente ci si decise a prendere delle precauzioni. Le città ancora non infettate venivano isolate e nessuno veniva fatto entrare, ma nella ormai contagiata Milano la situazione era drastica. Infatti non c'è era medicina per la peste: se ci si incappava in mezzo, o si guariva o si moriva. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, ci si rimaneva secchi. La peste, poi è assai contagiosa, e la si può prendere anche solo toccando i vestiti di un malato, quindi dilaga esattamente come un incendio nel sottobosco. E così fu per Milano. La Chiesa, per attenuarla, fece delle lunghe processioni e riti, che però ebbero effetto contrario a quello previsto: infatti, radunando tutta quella gente, contagiata e non, si allargò l'epidemia, e Milano fu in preda alla peste. Vennero così istituiti degli ospedali, i lazzaretti, dove si tentava di curare i malati terminali, un corpo speciale di immuni alla peste detti "monatti", che venivano pagati per portar via i corpi dalle case e seppellirli in fosse comuni. Costoro, però, spesso si approfittavano della loro autorità, e derubavano le case dei morti. Per questo motivo erano visti male dai cittadini. Poi c'era in giro la diceria degli untori, persone che ungevano con olio infetto i portoni delle case dei cittadini, contagiandoli. Per questo motivo vennero uccisi molti innocenti, che, comportandosi in modo strano o chiedendo cose particolari venivano presi come untori e uccisi. La popolazione di Milano mentre era in preda a questa confusione, venne decimata. Per fortuna, dopo qualche mese, la peste se ne andò così come era venuta.

La tematiche della visione religiosa della vita

Numerose sono le tematiche del romanzo: spicca, in primo piano, il tema del rapporto fra libertà e condizionamento, in cui si innestano i motivi dell'amore, della prevaricazione, della paura, che concorrono a sviluppare quello unificante del matrimonio mancato. La libertà è il valore su cui si incardina la morale cristiana, ma viene cancellata da disvalori, primo fra tutti il conformismo (come quello di don Abbondio e di Gertrude, per i quali si parla giustamente di "cadute senza riscatto", e soprattutto di donna Prassede, alla quale Manzoni riserva alla fine una stoccata cattiva: "Di donna Prassede, detto che è morta, è detto tutto"). Importante è anche il tema del contrasto fra ideale e reale, ossia fra come dovrebbe essere la società e come, invece, di fatto è. Ecco, allora, comparire i motivi del privilegio che tocca solo a una piccola categoria di persone, dell'ingiustizia che colpisce tutti coloro che patiscono l'oppressione dei privilegi altrui, della violenza nell'ambito sociale, politico e anche familiare, della mancanza di moralità che nasce dal mancato rispetto delle più elementari norme evangeliche. A questo punto il pessimismo di Manzoni, insieme a un certo senso latente e sommesso di condanna si allenta nel tono bonario dell'ironia, soprattutto nei punti in cui smaschera le piccole astuzie degli umili (che non sortiscono effetto, come il matrimonio a sorpresa) oppure si colora di amarezza quando denuncia le ipocrisie dei politici come il conte zio o Ferrer e diviene denuncia aspra quando constata come anche i valori più sacri, quali la paternità, siano inquinati dall'orgoglio, che porta alla menzogna, alla coercizione (si pensi al padre di Gertrude), allo stravolgimento dei valori della famiglia e della società. Il tema più significativo, però, quello su cui poggia il messaggio manzoniano, si riferisce alla visione religiosa della vita, in cui domina il leit-motiv del romanzo, ossia l'opera della Provvidenza di Dio nella storia e nelle umane vicende. Il pessimismo manzoniano emerge nella constatazione della presenza del male, dell'irrazionalità dell'agire umano, della forza dirompente degli egoismi in contrasto. Pure la Grazia di Dio non abbandona gli uomini che lo cercano e confidano in Lui. Per chi ha fede nella Provvidenza il succedersi dei fatti acquista un senso, una logica. Naturalmente Dio non è colui che punisce i malvagi e premia i buoni, come un giustiziere. Il Suo giudizio e la Sua opera riescono per la maggior parte delle volte insondabili agli uomini che devono accettare i fatti con umiltà e fiducia. Sbaglia don Abbondio quando, esultante, definisce la Provvidenza come una "scopa" (cap. XXXVIII) che finalmente ha fatto piazza pulita di don Rodrigo e dei suoi scagnozzi. È più corretta la riflessione di padre Cristoforo che, di fronte a don Rodrigo agonizzante e sofferente al lazzaretto, afferma: "Può essere gastigo, può essere misericordia" (cap. XXXV). La peste, infatti, non deve essere semplicisticamente ridotta a una punizione dei malvagi e la morte di don Rodrigo, tra gli spasimi della malattia, può essere intesa come l'ultima possibilità offerta a lui dalla Misericordia divina perché si ravveda e salvi la sua anima. In questo senso, anche se termina con la celebrazione delle nozze, il romanzo di Manzoni non presenta l'idilliaco "lieto fine" dei romanzi storici tradizionali. Infatti, a ben vedere, la conclusione della storia si pone al capitolo XXXVI, quando padre Cristoforo scioglie Lucia dal voto che ha fatto la notte trascorsa nel castello dell'innominato, secondo il quale rinuncia alle nozze. In tal modo la ragazza può seguire la voce del cuore e anche Renzo vede finalmente rimosso l'ultimo ostacolo. I due si congedano da padre Cristoforo, commossi dalle sue ultime parole, che suonano alle loro orecchie come un testamento spirituale e che invitano a perdonare "sempre, sempre! tutto, tutto!". Gli ultimi due capitoli, con i preparativi del matrimonio, la celebrazione e la sintetica narrazione degli anni di vita coniugale, sono un completamento della storia: il momento essenziale, invece, è rappresentato dal ritrovarsi dei due giovani con sentimenti immutati e una capacità rafforzata di accettare la volontà di Dio nella loro vita. Il "lieto fine" dei Promessi Sposi, semmai, non consiste nel rito delle nozze, ma in quella sorta del "decalogo" con cui Renzo, ormai marito, padre e imprenditore di successo (ha impiantato, come abbiamo detto, un redditizio filatoio a Bergamo) attua un bilancio di quei due anni travagliati e avventurosi. Constata che si è fatto una dura esperienza di vita che lo mette in grado di dare buoni consigli ai figli, quando cresceranno. Invece Lucia osserva che, per quanto la riguarda, non si è mai messa nei guai, ma "son loro che son venuti a cercar me". Allora, insieme, gli sposi giungono alla conclusione che, di fronte alle tribolazioni, bisogna confidare in Dio e sperare che le sofferenze migliorino la vita. È un finale senza idillio, come osservano i critici, ma coerente con la tensione religiosa che percorre tutta la narrazione. Il tema religioso, insieme con la scelta di porre gli umili ("genti meccaniche e di piccolo affare", li definisce l'Anonimo) a protagonisti della storia, rappresenta sicuramente l'elemento di grande novità del romanzo. Non solo balzano alla ribalta due contadini, ma anche le figure importanti (un arcivescovo, un potente feudatario, politici ed esponenti delle gerarchie ecclesiastiche, un avvocato, un podestà, un nobilotto con parenti importanti) sono valutati sulla base della posizione che assumono nei confronti di quelli. Infine flagelli e pubbliche calamità (come peste, rivolte, guerra e carestia), assumono rilievo perché creano il contesto in cui si pongono le avventure dei protagonisti. È una scelta rivoluzionaria e un coraggioso rovesciamento di valori letterari, che il Manzoni attua, convinto e sorretto dal messaggio evangelico. Questo, d'altra parte, appare diluito tra le pagine come il tessuto connettivo della narrazione; affiora spesso ma con discrezione e a volte si incarna in personaggi "minori" di notevole interesse. Valga, tra tutti, quella modesta ma splendida figura che è il servitore di don Rodrigo: compare nel V capitolo ad accogliere padre Cristoforo in visita al palazzotto di don Rodrigo. L'aiuto che egli dà al frate è fondamentale anche per lo svolgimento della storia, perché lo informa del progetto di rapire Lucia, in seguito al quale il cappuccino organizza la fuga dei giovani dal paese e innesca il meccanismo che dà luogo alle vicende della seconda sezione. Non a caso padre Cristoforo lo definisce "un filo" della Provvidenza.